Pagine

martedì 19 giugno 2018

Auto, ecco i liquidi da controllare spesso

Quali sono i liquidi nell'auto da controllare spesso per prevenire possibili problematiche, anche serie? Ecco cosa sapere a riguardo

ilgiornale.it

Bisogna conoscere bene i componenti della propria vettura. In particolare il controllo dei liquidi che circolano nell'auto va eseguito periodicamente perché di importanza fondamentale per evitare possibile problematiche.
Farlo spesso aiuta infatti a prevenire guasti, problemi meccanici e anche incidenti stradali: dagli esperti, una serie di consigli per capire quando va monitorato il livello di queste sostanze.
L'olio del motore va sostituito secondo le indicazioni della casa produttrice del veicolo e controllato almeno una volta al mese, ogni due settimane invece se si dispone di un'automobile vecchia e sempre prima di affrontare un lungo viaggio. Basta trovare il serbatoio, prendere l'astina, pulirla con un panno e reinserirla. Se il livello è basso, aggiungere l'olio;
il liquido refrigerante svolge una missione fondamentale tra i fluidi della vettura, evitando surriscaldamenti che potrebbero essere fatali. Andrebbe verificato ogni 20-30 mila chilometri e sostituito dopo 40 mila Km, oppure ogni due anni;
l'acqua dei tergicristalli può sembrare poco importante ma un parabrezza sporco è potenzialmente pericoloso: se azionando l'apposita leva alla sinistra del volante non esce nulla, bisogna aprire il cofano, individuare il serbatoio e aggiungere acqua o un liquido apposito per la pulizia di questa componente;
l'olio dei freni è di vitale importanza per il buon funzionamento della vettura. Va controllato almeno un paio di volte l'anno e cambiato totalmente ogni due anni circa;
il liquido del servosterzo, i cui ingranaggi vanno tenuti sempre lubrificati al punto giusto. Va effettuato un check almeno una volta ogni 12 mesi.
Oltre a portare la propria auto in officina, per delle revisioni periodiche, non bisogna dunque dimenticare mai di controllare spesso il livello di questi 5 liquidi. Farlo, consente peraltro di ridurre le visite dal meccanico ed evitare conseguenze anche potenzialmente disastrose.


 Lun, 18/06/2018 - 14:10

lunedì 11 giugno 2018

Rapida e indolore: la prostata a Pisa si opera col robot

iltirreno.gelocal.it

Giorgio Pomara è responsabile della chirurgia robotica dell'unità operativa di Urologia Ospedaliera dell'Azienda ospedaliera univrsitaria pisana
di Carlo Venturini

PISA. «Operare alla prostata e alla vescica con il robot deve essere un imperativo democratico». A fare questa enunciazione di principio è il dottor Giorgio Pomara, responsabile della chirurgia robotica dell'unità operativa di Urologia Ospedaliera dell'Azienda ospedaliera univrsitaria pisana. Pomara, 43 anni, originario di Palermo, ha all'attivo centinaia di operazioni robotiche effettuate per carcinoma alla prostata, rene e vescica. Il reparto di Urologia è diretto dal dottor Francesco Francesca e lì arrivano pazienti da tutta la Toscana oltre che da fuori regione sia per il tumore prostatico che per quello alla vescica.

Dottor Pomara, che cosa significa “democratizzare” la chirurgia robotica?

«Significa non fare selezione tra paziente e paziente. Tutti possono potenzialmente essere operati con il robot. Non scegliamo un paziente alto, biondo con un cuore perfetto, giovane, magro e che non ha avuto precedenti operazioni. In altre regioni italiane, per assurdo, si operano solo pazienti semplici. Noi operiamo anche quelli complessi».

Vi volete complicare la vita?

«Assolutamente no. Né a noi né tanto meno ai pazienti. Sappiamo solo che l'esperienza maturata ci ha insegnato che la chirurgia robotica funziona anche su pazienti complessi e talvolta meglio della chirurgia tradizionale».

Chi è il paziente complesso?

«Innanzitutto la maggior parte dei casi di tumore alla prostata o alla vescica coinvolge persone anziane. Un sessantacinquenne è difficile che non abbia avuto precedenti operazioni addominali, o che non abbia problemi di cuore o che magari non sia ad esempio sovrappeso. Proprio su di loro va usato il metodo migliore che è quello con il robot.

Cosa vogliamo fare con questi soggetti?

«Usare metodi non efficientissimi come le operazioni chirugiche “a cielo aperto” che sono lunghe e complesse nella degenza". Prendiamo ad esempio il tumore della vescica che è aggressivo e per combatterlo, quando è a uno stadio avanzato, è necessario asportare la vescica, i linfonodi, la prostata agli uomini e l’utero alle donne. Fino a pochi anni fa l’unico metodo chirurgico utilizzato era il cosiddetto intervento “a cielo aperto”, appunto, eseguito praticando un’incisione della parete addominale che partiva dall’ombelico e arrivava al pube. Ciò comportava lunghe e dolorose degenze, rischi per nervi e strutture vascolari, cicatrici, una lenta ripresa fisica e funzionale».

Con il robot invece?

«La chirurgia robotica comporta una ridotta perdita di sangue e una minore necessità di ricorrere a farmaci antidolorifici, permette di eseguire suture molto precise e garantisce di ottenere la stessa radicalità chirurgica offerta dai più traumatici interventi a cielo aperto. Rende anche possibile, impiegando parte dell'intestino, la ricostruzione di una sorta di vescica. Il paziente viene dimesso in ottime condizioni dopo una degenza dimezzata rispetto alla chirurgia tradizionale e con un decorso post-operatorio particolarmente favorevole».

Altri vantaggi della robotica ?

«Da circa un anno abbiamo applicato per tutte le nostre chirurgie robotiche il concetto della “low pressure robotic surgery” che ci ha permesso di ridurre le problematiche legate alle pressioni endo-addominali legate all’insufflazione di gas durante gli interventi robotici. Di base insuflando meno anidride carbonica si diminuisce il dolore addominale post-operatorio oltre a ottenere altri benefici per il paziente».

Ci sono eccezioni? Pazienti che non possono essere operati con il robot?

«Sì, teoricamente. Per operare con il robot, il paziente deve essere messo a testa all'ingiù. Se questo paziente ha problemi cardiaci o respiratori seri, ci consultiamo con l'anestesista e magari soprassediamo. Ma ripeto, non mi è mai accaduto. Questo è merito dei nostri anestesisti, formati e dedicati da anni alla chirurgia robotica».

Si sa però che il robot Da Vinci, che viene utilizzato a Pisa, ha dei costi economici e comporta un impiego di risorse umane notevoli. Quanto costa la democrazia?

«È solo un costo apparente. E mi spiego. Quasi nessun paziente trattato con il robot deve fare trasfusioni e le trasfusioni costano. La degenza in genere dura due giorni per la prostata, sei giorni per la vescica. In precedenza si arrivava fino a 14 giorni. Inoltre in termini di risorse umane e di apprendimento della tecnica robotica vi assicuro che è più difficile imparare le tecniche laparoscopiche».

E allora perché, passa l'idea che il robot sia “elitario”?

«Qui a Pisa si vive un clima da oasi felice. Abbiamo tre robot con doppia consolle il che significa che i miei assistenti possono imparare da me “in diretta” e intervenire. Ho già due allievi giovanissimi che sono indipendenti. Ma io sono stato fortunato perché ho come direttore Francesca che vuole assolutamente fare scuola, che tutti si dedichino all'insegnamento cosa non banale né scontata. Magari finisco un'operazione in un'ora e passo due ore ad insegnare. Ma questo metodo paga».

Nel senso dell'esperienza?

«Sì. In poco più di un anno siamo riusciti ad acquisire un’esperienza non comparabile con altri centri e oggi possiamo vantare, per la vescica per esempio, la maggiore casistica di Area Vasta e siamo tra i pochi centri in campo nazionale a effettuare la cistectomia (l’asportazione chirurguca


della vesciva urinaria) con tecnica esclusivamente robotica. Questi risultati sono anche il frutto degli investimenti nella chirurgia robotica fatti dall’azienda ospedaliera e culminati, il 15 dicembre, con l’inaugurazione del Centro muldisciplinare di chirurgia robotica, unico in Europa».

domenica 10 giugno 2018

Non sono omofobo, vi spiego perché

EDITION IT
The Huffington Post


IL BLOG
09/06/2018 12:38 CEST | Aggiornato 20 ore fa
Non sono omofobo, vi spiego perché
Alberto Contri Docente di Comunicazione Sociale presso IULM, Presidente di Pubblicità Progresso

Nei giorni scorsi mi è capitato di intervenire con un commento personale su un post di Fb del noto pubblicitario Paolo Iabichino, che stigmatizzava così l'intervento del Ministro Fontana sulla famiglia: "Buona festa della Repubblica. L'ultima".

Dopo aver sostenuto che secondo molta letteratura scientifica i bambini per crescere bene necessitano di una figura materna e di una paterna, ho rilevato che nei media italiani mi pare di riscontrare la notevole sovraesposizione di una posizione favorevole alla famiglia omosessuale, che travalica la richiesta di diritti che giustamente sono stati recentemente concessi. Terminando con il pensiero: "Vorrei che qualcuno mi dimostrasse però che la razza umana non si riproduce dall'incontro tra un maschio e una femmina". Apriti cielo. Dopo questo commento, sono partiti insulti, ricostruzioni velenosamente artefatte e false della mia storia professionale condivise purtroppo da Iabichino e altri, minacce, richieste di dimissioni, un "web bombing", un linciaggio in piena regola.

Nel cercare di chiarire che non sono per nulla un omofobo, ho pure spiegato che la Fondazione Pubblicità Progresso è impegnata nello studio di una campagna che intende affrontare sei differenti tipi di diversità, trattando egualitariamente i temi: diversità di genere, intergenerazionale, diversa abilità, culturale, linguistica e religiosa, di orientamento sessuale. Peggio che mai. Si è cominciato a sostenere che con quello che penserei non sono in grado di garantire un guida indipendente della Fondazione su questi temi, per la quale sto lavorando gratuitamente da 17 anni, e che ho trasformato in un autorevole Centro di Formazione alla Comunicazione Sociale, definito tempo fa dal Presidente Napolitano "Un centro di eccellenza unico al mondo".

A nulla è valso illustrare, a dimostrazione dell'indipendenza della gestione dai miei pareri personali, che nei giorni scorsi proprio dal sito e dai social media gestiti da Pubblicità Progresso sono state rilanciate e promosse una serie di attività sostenute dall'associazione Diversity a favore dei temi LGBTI (l'associazione è partner di uno dei nostri soci). Niente da fare. La sgradevole pressione a base di giudizi personali insultanti e pesanti ("un bigotto cattolico non può presiedere Pubblicità Progresso"...e via di questo passo) è culminata in un post di Linkedin, che ho commentato sostenendo che era ora di finirla, e che non mi spiegavo come mai, per esempio, pur essendo il 95,5% le famiglie italiane eterosessuali (dati Istat) nella giuria di Ballando con le Stelle (Servizio Pubblico) ci fosse una sovra-rappresentazione di gay (due su cinque) nella giuria. Il che comunque non mi creava problemi, ma trovavo ben più disdicevole l'atteggiamento da "checche" che è una caricatura che invece nuoce proprio all'immagine delle persone gay.

Dopo qualche minuto di riflessione ho capito di essere andato sopra le righe, e ho cancellato il commento, introvabile da quel momento sulla rete. Ma tant'è, un velociraptor lo aveva già fotografato e si è incaricato di diffonderlo esponendomi poi in ogni luogo possibile al pubblico ludibrio. Mi sono allora scusato pubblicamente con Canino, spiegando che "checca" era un giudizio di carattere estetico e non morale, condiviso dai diversi amici gay che ho consultato, e che si ritengono danneggiati dalla mancanza di stile di chi esibisce simili affettazioni. Avevo commesso un errore e ho cancellato subito il commento. Ma è andato in giro lo stesso, e quindi ho ammesso pubblicamente di aver sbagliato. Ma c'è qualcosa che non torna in questa caccia alle streghe nonostante la dimostrata capacità di distinguere le decisioni collegiali della Fondazione dal mio parere personale.

Cos'è allora questa voglia di vedere scorrere il sangue senza ammettere che ci possa essere della buona fede? Cosa ha detto poi di così terribile il Ministro Fontana, da scatenare tanta reprimenda e tutto il putiferio successivo? Dal punto di vista giuridico, infatti, non esistono le famiglie gay, ma esistono le Unioni Civili: nulla quaestio. E allora cosa c'è d'altro? Penso di saperlo, ma magari se ne parla un'altra volta. E ringrazio un utente Facebook che non conosco, Stefano Vatti, che ha appena scritto sulla mia bacheca: "Ripenso ad alcune recenti campagne di Pubblicità Progresso e trovo che poco abbiano a che vedere con il "pensiero bigotto cattolico".

venerdì 1 giugno 2018

STATI UNITI D'EUROPA: OBIETTIVO DA RAGGIUNGERE



Sono orgoglioso di essere tra i primi iscritti, nel lontano 1966, al Movimento Federalista Europeo.

Da allora sono sempre stato un fervente sostenitore dell'Unità Europea, più dei Popoli che delle Nazioni e certamente non di una Europa delle banche.

Gli Stati Uniti d'Europa sono un obiettivo, non ancora raggiunto, ma certamente nell'agenda di tutti coloro che apprezzano quanto di positivo hanno significato i vari passaggi che hanno permesso di arrivare alla UE. Uno su tutti è l'assenza di guerre da ben settantatré anni.

Certamente l'assetto attuale, Unione tra Nazioni Sovrane, produce attriti tra le varie nazioni con ripercussioni anche gravi nei singoli Paesi che in molti casi si traducono nella crescita spropositata di Movimenti politici definiti, non so quanto correttamente, Populisti.

Sono convinto che se gli attuali governanti dei vari Paesi riusciranno a trovare soluzioni eque alle varie problematiche che angustiano soprattutto gli strati più poveri dei Popoli europei potrà essere ripreso il cammino verso il traguardo più ambito: Stati Uniti d'Europa.

Ennio Di Benedetto

lunedì 28 maggio 2018

LA RISPOSTA DEL PROF. PAOLO SAVONA

TUALITA'  posted by  su scenarieconomici.it 

Ho subito un grave torto dalla massima istituzione del Paese sulla base di un paradossale processo allintenzioni di voler uscire dall’euro e non a quelle che professo e che ho ripetuto nel mio Comunicatocriticato dalla maggior parte dei media senza neanche illustrarne i contenuti. Insieme alla solidarietà espressa da chi mi conosce e non distorce il mio pensiero, una particolare consolazione mi è venuta da Jean Paul Fitoussi sul Mattino di Napoli e da Wolfgang Münchau sul Financial Times. Il primo, con cui ho da decenni civili discussioni sul tema, afferma correttamente che non avrei mai messo in discussione l’euro, ma avrei chiesto all’Unione Europea di dare risposte alle esigenze di cambiamento che provengono dall’interno di tutti i paesi-membriaggiungo che ciò si sarebbe dovuto svolgersecondo la strategia di negoziazione suggerita dalla teoria dei giochi che raccomanda di non rivelare i limiti dell’azione,perché altrimenti si è già sconfittiun concetto da me ripetutamente espressopubblicamente. Nell’epoca dei like o don’t like anche la Presidenza della Repubblica segue questa moda.
Più incisivo e vicino al mio pensiero è il commento dMünchauNel suo commento egli analizza come deve essere l’euro per non subire la dominanza mondiale del dollaro e della geopolitica degli Stati Uniti, affermando che la moneta europea è stata mal costruita per colpa della miopia dei tedeschi. La Germania impedisce che l’euro divenga come il dollaro “una parte essenziale della politica estera”. Purtroppo, egli aggiunge, il dollaro ha perso questa caratteristica, l’euro non è in condizione di rimpiazzarlo o, quanto meno, svolgere un ruolo parallelo, e di conseguenza siamo nel caos delle relazioni economiche internazionali; queste volgono verso il protezionismo nazionalistico, non certo forierodi stabilità politica, sociale ed economica. È il tema che con Paolo Panerai ho toccato nel pamphlet recentemente pubblicato su Carli e il Trattato di Maastricht, dove emerge la lucida grandezza di Paolo Baffi. L’Italia registra fenomeni di povertà, minore reddito e maggiore disuguaglianze. Il 28 e 29 giugno si terrà un incontro importante tra Capi di Stato a Bruxelles: chi rappresenterà le istanze del popolo italiano? Non potrà andarci Mattarella, né può farlo Cottarelli. Se non avesse avuto veti inaccettabili, perché infondati, il Governo Conte avrebbe potuto contare sul sostegno di Macroncosì incanalando le reazioni scomposte che provengono dall’interno di tutti indistintamente i paesi-membri europei verso decisioni che aiutino l’Italia a uscire dalla china verso cui è stata spinta. Münchaugiustamente afferma che “temnon vi sia un sostegno politico nel Nord Europa” e quindi non ci resta che patire gli effetti del protezionismo e dell’instabilità sociale. Si tratta di decidere se gli europeisti sono quelli che stanno creando le condizioni per la fine dell’UE o chi, come me, ne chiede la riforma per salvare gli obiettivi che si era prefissi.
Paolo Savona

venerdì 11 maggio 2018

Se la sinistra vuole risorgere deve spezzare il legame tra reddito e impiego Superare questo schema tipico della vecchia società fordista e riscoprire i valori universali è l'unico modo per permettere al riformismo di avere ancora un futuro

DIBATTITO

DI EMANUELE FERRAGINA
04 maggio 2018

Se la sinistra vuole risorgere deve spezzare il legame tra reddito e impiego
La discussione sui destini della sinistra aperta dall’articolo 
di Paola Natalicchio prosegue con l’intervento di Emanuele Farragina, docente di sociologia politica a Sciences Po Parigi e a Oxford autore, tra l’altro, di “La Maggioranza Invisibile” (2014) Bur- Rizzoli

Siamo di fronte alla cronaca di una morte lungamente annunciata. In molti hanno descritto i cambiamenti che hanno sconvolto il blocco sociale e politico della vecchia sinistra e questo sconvolgimento può essere tratteggiato con poche istantanee.

Sono spariti gli operai - o perlomeno è sparita quell’aura mitologica che li circondava quali demiurghi dei processi produttivi. L’economia si è terziarizzata, con la finanza e i servizi che hanno sostituito l’industria come motore. I sistemi di protezione sociale sono stati scardinati, con riforme che hanno precarizzato il lavoro e intaccato il modello sociale europeo. La ricchezza e i redditi si polarizzano in sempre meno mani. A corollario di queste trasformazioni, il popolo della sinistra è stato progressivamente rimpiazzato da una maggioranza invisibile di precari, disoccupati, poveri e migranti. Una maggioranza invisibile che non ha ragione di riconoscersi in quel che resta dei partiti di sinistra, una maggioranza invisibile che le élite politiche “progressiste” hanno ignorato. Il trionfo dei Cinque Stelle (e della Lega) e il tracollo del Pd e della galassia sinistra ne sono logica conseguenza.

Dalle battaglie sociali alla partecipazione. Il Movimento Cinque Stelle, con tutti i suoi difetti e le sue contraddizioni interne, si è impadronito di un'eredità. Per adesso o per sempre?
Siamo in una fase schumpeteriana: “distruzione creativa”. Anche solo per immaginare un futuro a tinte progressiste occorre lasciare da parte tutto un arsenale di concetti, parole d’ordine e personaggi politici, che non trovano posto nella modernità. Serve ripartire dalla rappresentazione sociale della maggioranza invisibile, incarnare il suo disagio, comprendere perché i cambiamenti sociali, economici e politici l’hanno spinta su posizioni di contestazione estrema del sistema. Una contestazione che non si presenta con richieste di redistribuzione e giustizia sociale, ma piuttosto con un afflato culturale.

Considerate la Brexit, la vittoria di Trump o l’exploit della Lega. Questi successi elettorali non sono eccezioni o sussulti contro un processo di globalizzazione ormai ineluttabile, essi riflettono invece il risveglio della logica comunitarista contro quella predatoria del capitalismo neoliberista. Non trovando risposta e protezione in un progetto collettivo progressista molte persone appartenenti alle classi più deboli hanno abbracciato quello nativista. Invece di considerare i migranti come alleati nella lotta per la redistribuzione, molti cittadini fiaccati dalla crisi economica si affidano a idee retrive ma che sembrano dare sicurezza.

Tuttavia, non basta liquidare questi elettori come ignoranti, occorre ragionare in termini sistemici. La società è cambiata fino a mettere l’individuo al centro di ogni discorso e rendere obsoleti i ragionamenti collettivi? Davvero chi parla di principi progressisti e visioni collettive di cambiamento vive fuori dalla storia? Uno vale davvero uno? O piuttosto le forze politiche tradizionalmente di sinistra, allineatesi al neoliberismo e vittime dei loro stessi successi nel proteggere alcune fette della popolazione, hanno dimenticato che l’arma rivoluzionaria del cambiamento è lo studio delle trasformazioni sociali al fine di rendere i più deboli capaci di agire in gruppo contro un sistema ingiusto?

Dobbiamo abbracciare nuovi ragionamenti e trovare nuove motivazioni. Motivazioni necessarie per intraprendere una lunga traversata nel deserto. Per questa ragione mi voglio concentrare su una questione che è passata di moda all’interno della sinistra italiana, ma che è, di capitale importanza per dirimere alcuni nodi legati alle questioni che ho esposto. Si tratta della questione del valore.

Perché la sinistra in questi anni ha sbagliato tutto (e non ha visto il mondo cambiare)
Le trasformazioni sociali degli ultimi tempi sono state gigantesche. Ma invece di studiarle, si è inseguito un “elettore mediano” che stava scomparendo
Fino agli anni Settanta l’organizzazione sociale era lineare: l’uomo lavorava in fabbrica o nel pubblico impiego, la donna assolveva le funzioni domestiche e di cura, e quasi tutti gioivano dei frutti della crescita economica attraverso aumenti salariali negoziati dalle forze sindacali. Certo sotto il mantra del compromesso fordista, si nascondeva la questione dell’uguaglianza di genere e del ruolo della donna; ma ogni famiglia poteva risparmiare e investire nella casa e nell’acquisto di una Fiat nuova fiammante. E questo consumo sosteneva a sua volta la crescita.

Con la crisi del fordismo, la stagnazione della crescita e la fine di un mondo basato sulla produzione in fabbrica sono simultaneamente crollati il potere d’acquisto degli operai e quello di contrattazione di sindacati e partiti socialdemocratici. In un’economia dominata dai servizi si è ridotto lo spazio per la contrattazione collettiva perché il lavoratore non garantiva più incrementi costanti di produttività. E così anche a seguito del cambiamento tecnologico e della delocalizzazione, i lavori in fabbrica si sono progressivamente trasformati in impiego nel settore dei servizi. Servizi di alto livello e ben remunerati per alcuni, servizi di basso livello per la maggioranza. Prendete come esempio gli impiegati di un fast-food o quelli di un call center. Certo si potranno rendere efficienti le tecniche di suddivisione del lavoro, ma c’è un numero massimo di hamburger da servire o di telefonate cui rispondere in un’ora. Il neoliberismo si adatta a questo schema, rimpiazza il keynesianismo, il consumo continua, ma non più sulla base della crescita economica, ma su quella del debito. I redditi stagnanti guadagnati nei servizi sono sussidiati dal debito per continuare a consumare e tenere in piedi la baracca.

Nel passaggio dal fordismo all’economia dei servizi, la sinistra italiana ed europea ha perso di vista uno dei più grandi insegnamenti di Marx: non si può comprendere un sistema economico e mettere in azione una forza sociale contrapposta a quella dominante se non si definisce che cosa ha valore. Se non si definiscono le ragioni per le quali individui con storie di vita diverse dovrebbero farsi racconto collettivo. Invece di seguire questo processo classico e iscritto nella sua storia ottocentesca e novecentesca, la vecchia sinistra è passata dall’altra parte della barricata diventando forza di sistema. E così le élite dominanti hanno proposto politiche di austerità competitiva che non hanno alcun senso in un quadro economico di crollo della domanda interna e i sindacati si sono arroccati a difesa dei contratti e dei diritti dell’era industriale. Nel contempo il paese sbuffa e soffre, con precari senza protezione dal rischio di disoccupazione, pensionati poveri che stentano ad arrivare a fine mese, migranti che sostengono settori economici al collasso e disoccupati sempre più coscienti del fatto che non troveranno mai un lavoro.

Questi soggetti sociali avrebbero tutto l’interesse a lottare collettivamente per misure redistributive e universalistiche invece che allinearsi su posizioni reazionarie. Per spingerli a farlo tuttavia dobbiamo superare l’idea che i diritti siano un bene solo per chi è impiegato nell’economia formale. Dobbiamo avere il coraggio di riconoscere che il genitore che si prende cura di suo figlio, l’anziano che racconta al nipote una storia, il migrante che lavora in nero hanno pari dignità del lavoratore con contratto a tempo indeterminato (ove questo ancora esista…). È solo ripartendo dall’universalismo, dalla garanzia di un reddito svincolato dal lavoro nell’economia formale e dalla questione del valore a lungo ignorata che si può ridare forma all’idea progressista e collettiva, dando così rappresentazione sociale e politica alla maggioranza invisibile. È solo mettendo nel cassetto il keynesianismo, parentesi storica irripetibile in una società post-industriale, che potremmo opporci al mantra neoliberista e andare oltre la società lavorista. È un passaggio complesso, molti “vecchi compagni” non lo capiranno, ma la maggioranza invisibile non ha altre strade da percorrere.


«Abbiamo chiesto chi rappresenta la sinistra in Italia: nessuno ha saputo rispondere»


DIBATTITO

Una ricerca basata su interviste nei quartieri popolari delle grandi città di cui anticipiamo alcuni risultati. E da cui emerge già un dato certo: la sinistra è sostanzialmente inesistente



«Abbiamo chiesto chi rappresenta la sinistra in Italia: nessuno ha saputo rispondere»
Le torri del quartiere periferico romano di Tor Bella Monaca
La discussione sulla sinistra prosegue qui con l’intervento 
di Loris Caruso (ricercatore in sociologia politica alla Scuola Normale Superiore) e di Davide Vittori (collaboratore del Cise, Centro italiano di studi elettorali). Entrambi sono animatori de Il Cantiere delle idee. 

La crisi delle socialdemocrazie europee si è concretizzata nelle urne nell’ultimo quinquennio, ma ha radici più lontane. I partiti socialdemocratici non hanno tentato semplicemente di divenire il partito della classe media. Dagli anni ’90 hanno cessato di essere alternativi ai partiti conservatori e liberali. Sono diventati parte di un “cartello elettorale” ben introdotto nelle élite economiche e sempre più privo di base sociale.


VEDI ANCHE:

Non sorprende quindi che durante la recessione siano stati partiti esterni a questo “cartello” ad aver denunciato la sostanziale indifferenza tra le varie proposte offerte dai partiti socialisti. Da un lato, la congiuntura economica e la cosiddetta crisi migratoria hanno fornito ai partiti della destra radicale la perfetta combinazione di welfare nazionalistico e valori tradizionalisti (se non xenofobi). Dall’altro, in alcuni Paesi nuove forze a sinistra della socialdemocrazia hanno catalizzato il malcontento nei confronti di politiche economiche restrittive, proponendo una variante inclusiva e progressista di “populismo”: Podemos, Syriza, La France Insoumise, il Blocco di Sinistra (in Portogallo), il Labour di Jeremy Corbyn e partiti come i GroenLinks olandesi e il Partito dei Lavoratori del Belgio, hanno ottenuto risultati elettorali significativi contrapponendo al nazionalismo della destra proposte capaci di attrarre un elettorato eterogeneo. La corruzione, il rinnovamento delle istituzioni nazionali ed europee, l’ambientalismo e piattaforme anti-austerità non focalizzate solo sulla questione lavoro hanno fornito una spinta ancora maggiore rispetto alle mobilitazioni alter-globaliste dei primi anni 2000. Non è un destino, insomma, che nella crisi cresca solo la destra. Ma non può essere questo un alibi per la sinistra italiana.

In Italia, con la trasformazione del Pd in partito della Terza Via blairiana e i governi di coalizione con partiti di centrodestra, il “cartello” tra Pd e partiti liberali si è strutturato per un quinquennio. Il Movimento 5 Stelle è così diventato il principale partito europeo “anti-cartello”, facendo leva su temi (costi della politica, rinnovamento delle istituzioni e anti-corruzione), considerati poco rilevanti dalla sinistra. Quando questi temi sono divenuti centrali nelle campagne elettorali, il M5S è apparso l’unico attore credibile per interpretarli, diventando il punto di riferimento dell’elettorato delle regioni più povere. Sebbene le sinistre abbiano tentato di interpretare tali stimoli esterni, esse sono apparse, nella migliore delle ipotesi, copie sbiadite del loro passato.


VEDI ANCHE:

Proprio su questo punto - il rapporto tra “il popolo” e la politica, che sembra diventato il nodo centrale dei problemi della sinistra - si è svolta una ricerca realizzata da una rete di ricercatori e attivisti (“Il Cantiere delle Idee”). La ricerca parte da due osservazioni. Primo, la sinistra fa sempre più fatica a raggiungere il voto popolare, come hanno ancora una volta mostrato le ultime elezioni italiane. Secondo, da anni media e forze politiche insistono a evocare e interpretare “il popolo”, spesso nell’accezione di “ceti popolari” o classi deboli. Tutti sembrano sapere, o fanno mostra di sapere, quali sono le necessità, le domande inascoltate, le rappresentazioni e le convinzioni del “popolo”, eterna terra di conquista dei media, delle imprese e della politica, che al “popolo” devono vendere, ciascuno, il proprio prodotto. Nessuno, però, sembra voler ascoltare direttamente e in modo approfondito questo popolo, al di là dei sondaggi.

È ciò che si è proposto di fare il Cantiere con questa ricerca, basata su interviste fatte ad abitanti dei quartieri popolari di quattro città italiane: Milano, Firenze, Roma e Cosenza. Con gli intervistati si sono fatte conversazioni strutturate sulla loro condizione sociale e sul modo in cui se la rappresentano, sulle figure sociali a cui attribuiscono i problemi propri, del proprio quartiere, della città in cui vivono e dell’Italia, su ciò che pensano della politica esistente e di quella che vorrebbero, della destra e della sinistra, dello Stato e dell’economia.

Possiamo qui descrivere solo a grandi linee alcuni risultati della ricerca. Innanzitutto, la sinistra è considerata sostanzialmente inesistente. Alcuni intervistati faticavano perfino a capire la domanda: “chi rappresenta la sinistra in Italia?”. Non perché non avessero presente la distinzione tra destra e sinistra, ma perché non avevano idea di chi collocare nella casella sinistra. Anche tra chi si ritiene progressista, domina un’assenza di riferimenti ideali, di partito e di leadership.


VEDI ANCHE:

espressodondi-20180417154701335-jpg

La sinistra ora è in prestito ai Cinque Stelle

Dalle battaglie sociali alla partecipazione. Il Movimento Cinque Stelle, con tutti i suoi difetti e le sue contraddizioni interne, si è impadronito di un'eredità. Per adesso o per sempre?

Come ci si poteva aspettare, i sentimenti e le parole che gli intervistati associano alla politica italiana sono quelli della sfiducia e dell’assenza di riconoscimento e di aspettative. Alla politica esistente ci si riferisce con termini che a volte si avvicinano al disgusto. Ai politici non viene mai attribuito uno status di autorevolezza o prestigio. In nessuna intervista è emersa un’adesione convinta a qualche forza politica. Si vota contro qualcosa o qualcuno e, soprattutto, senza avere aspettative (nemmeno tra chi vota M5S).

Eppure si vota. Tutti gli intervistati ritengono che la politica, le istituzioni, lo Stato e perfino i partiti, siano utili o debbano tornare a esserlo. Resiste una fiducia nella democrazia, nella rappresentanza e quindi anche nella partecipazione elettorale. Si spera che nascano nuovi partiti a cui si chiede di essere seri, coerenti, e capaci di proporre una visione d’insieme dello sviluppo sociale. Si ha bisogno di “griglie” per capire e muoversi nel presente, e si pensa che sia la politica a doverle offrire. Se la politica esistente è condannata, non lo è la politica in quanto tale. Anzi, la si rimpiange.

Soprattutto, emerge una richiesta di Stato. È lo Stato che è indicato sia come grande assente che come entità che potrebbe e dovrebbe risolvere i problemi da cui le persone sono colpite (tra i più segnalati: il lavoro, non solo perché non c’è, ma anche perché si lavora male e si guadagna poco; il reddito; le diseguaglianze; la casa; la sicurezza in tutte le sue accezioni, da quella che si pensa derivi dall’“emergenza immigrazione” a quella legata ai pericoli, molto sentiti, della microcriminalità, fino alla sicurezza sociale).

Lo Stato è invocato anche indirettamente, come “luogo” necessario di coordinamento e armonizzazione di una vita sociale percepita, quasi unanimemente, come uno stato di natura, una giungla in cui si lotta, tutti contro tutti, per la sopravvivenza. Allo Stato si chiede di ricostruire una vita civile, un rapporto di reciprocità e di cooperazione tra le persone e tra i cittadini e le istituzioni. Si chiede, in una parola, di “ridare forma” a una società sentita come informe e pericolosa, in cui non solo il potere e le élite, ma anche le persone da cui si è circondati nella vita quotidiana, appaiono spesso sfuggenti e senza volto. È la richiesta di un ritorno alla funzione antropologica fondamentale delle istituzioni: tenere insieme le persone e dare una prevedibilità alla vita sociale.
Dalla ricerca - che sarà presentata il 19 maggio a Firenze - emergono alcune prime indicazioni su come pensare una sinistra che sappia rendere popolari i propri valori. Ci piacerebbe che il lavoro iniziato dal “Cantiere delle Idee” possa essere uno stimolo per andare oltre.